6. MORTE DELLA VIPERA

La vipera fu stanata in una notte d’estate o meglio una calda notte che sembrava estate… Non fu il caldo a ucciderla perché il suo covo era un luogo fresco, che le garantiva protezione e buio, come quando non si fa entrare luce in casa. Morì, per quanto avesse voluto allungare la sua vita, nell’esatto istante che Dio aveva deciso per lei al momento in cui l’aveva fatta nascere, consapevole che sarebbe stata una vipera malvagia e che avrebbe strisciato sulla terra in cerca di persone da avvelenare col suo scatto. Morì abbandonata da Dio, che molte volte le aveva dato dimostrazione di essere il suo Creatore e che voleva riportarla alla Luce prima che lei scegliesse di demonizzarsi totalmente.
Cosa accadde dunque?


La vipera è uno di quegli animali che può trarre in inganno, perché in quanto serpente si è portati a pensare che sia oviparo invece è ovoviviparo, partorisce cioè i suoi piccoli già formati, no uovo. Per tale motivo la vipera aveva potuto tenere con sé i suoi serpentelli nel covo, impedendo loro di uscire; li aveva obbligati, una volta partoriti, a restare in quel buio anfratto per servirla e questi la servivano e le servivano per sopravvivere, perché provvedevano a tutto: non esitava la vipera a iniettare loro il suo veleno anche per liberarsene quando le stringeva troppo la gola soprattutto se vedeva che, seppur tenuti al buio, quei serpentelli avevano negli occhi la luce di Dio che lei non aveva e allora li spaventava mostrando loro il suo volto da dannata, li minacciava facendole vedere i denti aguzzi se questi volevano seguire il richiamo di Madre Natura; scavava in loro voragini di dolore per farli diventare cattivi, li isolava dal mondo esterno affinché morisse in loro il desiderio di uscire.
Non aveva in sé alcun sentimento riconducibile all’amore materno; si sentiva la padrona dei destini di quelle vite che lei aveva espulso fisiologicamente come si fa per gli escrementi e ognuno delle sue piccole vittime cresceva nel covo senza conoscere la Luce, finché nella vita di alcuni sembrò entrare un barlume di possibilità e questi uno a uno iniziarono a pensare di poter fuggire dal covo. Ognuno di quei serpentelli dovette, quindi, pensare solo alla propria sopravvivenza, ognuno dovette superare la paura, trovare la strada per uscire dal covo e vedere il mondo fino a quel momento sconosciuto, ma per farlo dovevano accettare l’atroce patto che la vipera, all’apice della sua cattiveria, propose loro in cambio della libertà (fittizia, perché in verità li avrebbe ugualmente legati a lei, ma erano troppo ingenui per comprenderlo):  dovevano accettare di immolare uno di loro, trasformarsi in carnefici di un loro fratello, che sarebbe stato masticato da lei per succhiarne la vita e poi rigurgitato perché restasse in vita senza voglia di vivere, ma solo per servirla. Accettarono e come nell’episodio biblico Giuseppe venduto dai fratelli, sacrificarono la vita di uno di loro per la propria.
Come morì la vipera? – vi starete chiedendo.
Ebbene Dio sapeva quanto accadeva e quanto male la vipera aveva seminato strisciando. Lui la lasciò nel suo covo, dove lei voleva stare credendo di regnare come una regina seduta sul suo trono, sola di una solitudine più che fisica dell’anima, perché sperimentava l’abbandono di Dio; sola a finire i giorni che non erano nemmeno più i suoi. Dio le tolse da bocca la sua ultima vittima, quella che masticava e rigurgitava per tenersi in vita, quella immolata dai fratelli, quella che era certa di aver soggiogato soffocandone finanche il soffio di Dio, ma si sbagliava amaramente. Non erano una vipera a due teste, lei sarebbe morta miseramente staccata da quella creatura che aveva in tutti i modi cercato di fare sua, tracciandone il misero destino per sostituirsi a Dio.
Una vipera stanata, si sa, non può più ledere né cogliere di sorpresa nessuno e il demonio si sa odia l’uomo sebbene questi abbia scelto di demonizzarsi e di servirlo, quindi iniziò a darle un anticipo dell’inferno masticandola e rigurgitandola ogni giorno e ogni notte, da lì all’eternità.

Semplicemente Daniela.







Il virus non mi dava tregua, mi colpiva togliendomi il fiato, rumori simili a ruggiti provenivano dalle mie viscere e la tosse era così forte e sorda che la fascia muscolare dell’addome sembrava si stesse strappando poi il tredicesimo giorno lo espulsi tramite diarrea. E così vinsi la mia battaglia !



In memoria di tutte le vittime del disamore della propria madre.




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