Per la prima volta pubblico integralmente sul mio sito – a disposizione dei lettori interessati o casuali – il racconto che chiude il mio libro Camera singola con letto alla francese – Daniela Schiarini pubblicato nel maggio 2015; il racconto nato dall’ispirazione avuta nei mesi in cui mi recavo presso il carcere di Potenza (da giugno a dicembre 2014 Intervista negli studi di TRM24 – YouTube ) per incontrare le detenute ristrette, infiammata dal desiderio di visitare i carcerati: “ero carcerato e mi avete visitato” dice Gesù.
Nella sinossi è scritto “La seconda parte [del libro] è una sorta di necessaria appendice dedicata a < Le camere buie >, che metaforicamente rappresentano quelle soluzioni per l’autrice errate, che portano l’anima all’isolamento interiore, il tutto calato in una immaginaria Parvenza, di cui nei suoi tratti misteriosi la protagonista vorrà svelarne il segreto “per dissolvere la nebbia” che anestetizza i cuori.
Elisa Claps era una mia coetanea, la sua bellezza acerba e la sua anima pura le impedivano di vedere il male in chiunque le fosse accanto, riconoscendone invece le difficoltà interiori e considerando il tempo dedicato alle persone in difficoltà un’opera gradita a Gesù. Il demonio la colpì a morte.
A te Elisa che sento sorella nell’anima, al tuo perpetuo ricordo il mio racconto che non racconta di te, pura ragazzina degli anni ’90, ma di luoghi che esistono in dimensioni invisibili e che anche io come te non immaginavo possibili vedendo solo ostinatamente il Bene e il potenziale Bene in ogni creatura di Dio.
Capitolo 13. LA GROTTA DEI TURCHI
Improvvisamente l’autobus sul quale viaggiavano fece ingresso in una fittissima coltre di nebbia.
Era estate inoltrata eppure non sembrava esservi stagione quella mattina; la nebbia dalla densità così fitta, teneva schiave le anime in quel tratto di terra apparentemente pacifica e silenziosa.
Volti spenti, sguardi persi, nessun sorriso e la semplice presenza scenica senza alcun copione che non fosse l’apatia mortale.
Era simile a un lago di nebbia quella vallata alle porte di Parvenza, così come alle prime luci del mattino si mostrava allo sguardo di Dora. Visto dal finestrino dell’autobus in viaggio, quel paesaggio sarebbe diventato nella fantasia dark di un qualunque sceneggiatore il fondo di un pozzo pieno di anime perse.
Nessun Caronte a traghettare l’Averno per raggiungere l’ingresso degli Inferi, quel luogo era gli Inferi e Dora ne era certa! Un’inaspettata deviazione dell’autostrada deviò l’andatura di marcia obbligando l’autista a percorrere una strada isolata tra monti e vallate, che li portò, per loro fortuna fuori dalla nebbia.
“Quella è la famosa Grotta dei turchi! … famosa poi si fa per dire, perché qui non la ricorda più nessuno o fingono forse di averla dimenticata” – le disse d’improvviso il suo compagno di viaggio ormai pendolare da anni, indicando con la mano una fenditura scura nella roccia, appena nascosta dalla vegetazione. “Ho sentito dire da qualcuno” – continuò – “che la nebbia, sempre molto frequente in questi luoghi come hai potuto tuo malgrado apprezzare, esca da quella bocca nella roccia perché lì è l’ingresso per l’Inferno!”
Poi tacque e anche Dora non accennò ad alcuna risposta, ma preferì restare in silenzio pensierosa con lo sguardo fisso su quel punto che il vicino le indicava, fin quando l’autobus non superò l’ultimo tornante.
Seduti sulle scale del San Gerardo in pietra mangiavano le pizzette di Rocco e si spezzava quello spettrale silenzio con le risate di lei che ascoltava i racconti stonati e divertenti di quel Cicerone improvvisato che da 15 anni smetteva di lavorare e tornava al suo sole, perché quella città, diceva mimando i volti, non spegnesse anche il suo.
Al sole, invece, già dalle prime ore del mattino, la città della sfogliatella riccia e della frolla e quella mattina di ferragosto Dora era indubbiamente riccia.
Il treno ad alta velocità inseguiva silenzioso la sua corsa e confortevole l’abbracciava placando qualche suo ingiustificato timore per un viaggio che affrontava da sola e che le aveva fatto trascorrere la notte precedente quasi del tutto insonne, prima che Morfeo le suggerisse di dare a lui le sue paure, per poi addormentarsi. Le nuvole disegnavano con la loro ombra forme astratte sulle colline verdeggianti, alle porte della capitale, dove ancora piccoli paesini abitati erano arroccati, eredi di un fasto antico. Distese di campi trebbiati ed enormi ruote di paglia allineate, viste da lontano sembravano abbastanza piccole per essere calciate da un bambino.
Era bello per Dora sentirsi esploratrice di se stessa seguendo le tracce che Antonio lasciava nella sua vita ormai da un anno. Padova l’accoglieva nel suo clima migliore: soleggiato e appena fresco, libero dalla morsa di umidità che l’aveva attanagliata nei giorni precedenti e si respirava nell’aria i profumi del mosto che annunciava vendemmie anticipate. Era giunta là dove voleva arrivare e raccoglieva simbolicamente l’ultima briciola di pane come piccola Gretel nel bosco prima di alzare lo sguardo e trovarsi innanzi l’imponente basilica di Sant’Antonio, quando l’emozione la colse fino alle lacrime.
La fila dei fedeli in visita al Santo era lunghissima e molti erano bambini e anziani disabili in carrozzella, molti erano gli ammalati nel corpo e nello spirito che cercavano in Antonio, a distanza di 800 anni dalla sua morte, la forza taumaturgica che ancora nei secoli compiva miracoli.
L’anima sua volteggiava tra gli angeli in alto alla cupola dipinta a cielo stellato e il senso di inenarrabile leggerezza che Dora avvertiva faceva svanire il tempo, che si posava delicatamente su tutti i presenti in fila per carezzare la pietra nera del sepolcro che custodiva le sante spoglie di quell’uomo di Lisbona che seppe dire Sì all’Amore anche quando amare è difficile e poi la lingua incorrotta nel reliquario come eco di parole che continueranno a rimbalzare nel tempo.
Invidia, orgoglio, il vuoto… non sono casa per l’anima che accoglie la speranza, ma sono camere buie nelle quali innumerevoli anime scelgono di restare.
“Testimoniate l’Amore gratuito che vive nel vostro cuore e sia dono gratuito ad altri cuori e a quelli impietriti lasciate un vostro sorriso come segno incancellabile della presenza del Divino nella vostra vita!” Questo era il messaggio che Dora sentiva dettato al suo cuore da Antonio e, carica di questa passione, sarebbe tornata a Parvenza per svelare il segreto che sentiva celarsi nella Grotta dei turchi.
Una nuova lebbra si diffondeva silenziosa nella società e comunità segrete tentavano di sfuggire al contagio sebbene gli ammalati del morbo stavolta non camminavano coi campanelli perché chiunque stesse da loro lontano, ma si mimetizzavano tra la folla e nulla in loro lasciava immaginare quanto male diffondessero. Solo a pochi era stato dato il dono di riconoscerli.
La grotta le si presentava alla vista nel suo totale abbandono o, sarebbe forse meglio dire, nella sua naturale essenza.
Perché un luogo tanto ricco di leggenda era stato dimenticato dal popolo, dalla fede, dalla tradizione? … e poi: il popolo credeva ancora nelle gesta miracolose del Santo?
La natura non aveva dimenticato, la natura cullava gli eventi nel tempo per nuove trasformazioni, ma quella grotta era davvero l’ingresso degli Inferi e i turchi vi trovarono davvero rifugio quando, invocati da Gerardo, schiere di angeli scesero per scacciarli?
La luce piena del sole delle prime ore del pomeriggio penetrava frontalmente dall’ingresso della grotta, per nulla nascosta da fronde di alberi e riusciva, grazie a un gioco di luce e riflessi, ad illuminarla tutta.
Dora entrò.
Risultò da subito evidente al suo sguardo curioso e attento che quel luogo non era frequentato né da turisti occasionali, come lo era lei quel pomeriggio, né da turisti alla ricerca di percorsi geo-naturalisti.
La grotta dei turchi era chiaramente abbandonata, un luogo volutamente evitato.
Numerosi pipistrelli, impossibile contarli, dormivano appesi al soffitto e sulle pareti laterali di roccia viva nessun segno lasciato dall’uomo; sulla polvere del suolo alcuna traccia impressa da passi animali o umani tranne i suoi, ma escrementi di pipistrelli che all’odore di umido del luogo aggiungevano disgusto. Chiunque nel vedere quella grotta avrebbe riso al sol pensiero che quella potesse essere porta dell’Inferno dalla quale la nebbia risaliva per diffondersi e soggiogare le anime inconsapevolmente schiave.
Nessun abitante del luogo a cui aveva chiesto informazioni aveva confermato che la nebbia venisse fuori proprio da lì. Bisognava aspettare la nebbia per saperlo? (Gesto folle, concordo)
Dora fu quasi convinta di credere che chi le aveva raccontato della leggenda che avvolgeva la grotta lo aveva fatto solo ed esclusivamente per giocare con la sua suggestione, coi suoi voli pindarici e le sue paure infantili.
“L’uomo nero non esiste!” – pensò.
E nel medesimo istante in cui quel pensiero si materializzò vivido nella sua mente, l’intraprendenza di Dora e l’audacia che la distingueva scomparvero improvvisamente dal suo cuore, per far posto a un senso di paura ancestrale; era arrivata fin lì spinta dalla fede nelle opere prodigiose di un Santo e adesso era preda del Nulla.
Come assalita da note incantatrici suonate da cetra di un vento improvviso che suonava fin dentro la grotta, sentì il panico invaderle il corpo dalla punta dei piedi fino alle mani e il suo corpo si irrigidì, perdendo finanche la cognizione del tempo. Presa al collo come da una morsa, si sentì sollevare fin quasi a toccare i pipistrelli addormentati e nel suo respiro affannoso pensò di essere prossima alla morte. Cosa le stava accadendo di così surreale?
In quella totale condizione di impotenza fisica e metafisica che voleva spezzarle i passi finora compiuti, Dora decise che non avrebbe concesso al panico di renderla schiava e nel tentativo di urlare il suo Credo la grotta intorno a lei cambiò forma e luce, trasformandosi in altro. Subito la morsa che le stringeva il collo tenendola sospesa in alto si allentò fino a scomparire e Dora cadde a terra con violenza di gravità, ma non avvertì dolore al corpo. La paura aveva abbandonato il suo cuore e il Nulla e che aveva tentato di assediarla era scappato, lasciandole della grotta un nuovo scenario da esplorare.
Ancora a terra immobile, Dora mosse il suo capo per alzare lo sguardo e vedere in quale altro luogo si fosse trasformata la grotta. Nuovi varchi si aprivano nella roccia verso l’esterno e da questi entrava luce che illuminava inequivocabilmente quelle che erano le rovine di un palazzo regale scavato al suo interno. Tremò per lo stupore e di riflesso si alzò in piedi e in fretta.
Di fronte a lei era un’enorme scalinata, di cui molti scalini in pietra il tempo aveva sbriciolato; questa finiva direttamente su una delle grandi bocche in alto alla grotta, come porta del cielo. Alla sua sinistra, scolpita nella parete grande e liscia della roccia, la figura intatta di un grande angelo con le braccia aperte e rivolte verso l’alto come a invocare la benedizione dell’Altissimo e nella mano sinistra questi stringeva una fiaccola che ardeva di fiamma vera.
Dora era impressionata, affascinata, incantata al tempo stesso da quel luogo misterioso e dal suo guardiano, una sorta di angelo guerriero che custodiva in quelle rovine nascoste la fiamma viva della fede.
“Beati quelli che pur senza vedere crederanno!” – diceva un’incisione sulla roccia.
Dora iniziò a muovere i primi passi su quel pavimento fatto di mattoni e polvere, poi si fermò di fronte alla statua dell’angelo e allungò d’istinto il braccio per avvicinare la sua mano alla fiamma e sentirne così il calore.
Era quella una fiamma che ardeva senza mai consumarsi e nel percepirne il calore un senso di consolazione l’avvolse, come se al freddo del cuore fosse sopraggiunto un tepore amorevole che ripagava la sua intraprendenza, senza che moneta alcuna avesse valore a confronto.
Quel palazzo scavato nella roccia era in rovina, ma restava ancora visibile l’arte certosina di chi aveva scavato e livellato trasformando stalattiti e stalagmiti in colonne di sostegno della grande scalinata.
Quel luogo così carico di Luce poteva mai essere stato il rifugio di un gruppo di turchi scacciati dagli angeli secoli addietro alle porte di Parvenza?
Era dunque quello l’ingresso degli Inferi?
Rivolgeva a se stessa queste e altre domande Dora mentre, strette le braccia al petto, piuttosto che incamminarsi verso la via d’uscita, come chiunque in quella condizione surreale avrebbe fatto, seguì la sua curiosità fanciulla e , presala per mano, iniziò a salire la grande e imponente scalinata. A ogni suo passo questa le sembrava sbriciolarsi sotto le scarpe come un biscotto di marzapane che viene calpestato intenzionalmente e nel salire, passo dopo passo, sebbene la fatica, la fine della scalinata restava lontana. Dora si voltò verso il guardiano di roccia che stringeva tra le mani la fiaccola della fede e a lui rivolse lo sguardo e l’intenzione del cuore e fu così che le bastarono solo altri 2 scalini per raggiungere la grande bocca che si apriva al cielo e da questa mirare il panorama.
Nessun cielo soleggiato o campi verdeggianti o sorgenti luccicanti.
Era dunque vero quel che da tempo pensava e cioè che una nuova lebbra mieteva vittime innocenti, per mano di carnefici spesso insospettabili affamati di purezza. La lebbra dell’anima avanzava.
Come tanta luce poteva provenire dall’esterno fin nella grotta se quel che lei riusciva a vedere era solo buio e nebbia?
Il suo sguardo entrava con tristezza in ogni dove si consumasse scempio di bambini e come frustate all’anima queste visioni laceravano il suo cuore sanguinante. Dora tentò di coprire i suoi occhi, ma, sebbene il gesto disperato, vedeva ugualmente ogni cosa perché, comprese poi, era la sua anima a vedere.
Lanciò un grido di rabbia e disperazione, che echeggiò lungo quella vasta distesa buia fatta di luoghi e vite che andavano in fumo, poi, ripiegatasi su stessa, svenne.
Fino a quando occhi come quelli di Dora capaci di entrare dentro l’anima altrui avrebbero guardato oltre, nessun campanello come quello dei lebbrosi sarebbe stato necessario per riconoscere gli ammalati del morbo, perché quegli occhi avrebbero riconosciuto il male e nel dar loro conforto all’anima, in nome di quella fiamma inesauribile che dona pace e tepore, questi innocenti corpi deturpati sarebbero rinati.
Impossibile stabilire quanto tempo fosse passato dal suo arrivo alla grotta e quanto Dora rimase priva di sensi.
Questa giovane esploratrice di camere buie non aveva nessuno ad attenderla e nessuno era a conoscenza di quella sua escursione alla grotta, tranne che Diodato.
Diodato, il suo amico af-fidato, il solo capace di comprende a pieno, con la purezza del cuore, i moti che si alternavano con impeto improvviso nella sua anima.
Chi sono le persone speciali?
Anime che si lasciano usare dal Divino, perché sia Lui a compiere imprese speciali attraverso loro. Dora, Diodato e tanti altri, che restano nel ricordo di chi li incontra come angeli abbracciati sul proprio cammino, non facevano che questo.
La grotta dei turchi era stata rifugio di chi usò la sua forza, la sua astuzia, la sua cattiveria per diffondere il male e pensò di farlo nella nebbia.
La grotta non era stata dimenticata perché temuta, ma perché a Parvenza era la fede ad essere stata dimenticata e chi la custodiva si nascondeva.
i cuori non si aprivano al Bene perché non trasudava il Bene Assoluto nelle parole di chi era convinto di annunciarlo.
Dora riprese conoscenza ed era ancora in quella grotta, ma non era più in alto alla scalinata. In una piccola rientranza scavata ai lati della statua dell’angelo guardiano si apriva una saletta simile a una cella monacale con al centro un leggio sul quale poggiava la Sacra Scrittura aperta e in attesa di essere letta. Da questo libro aperto si diffondeva la luce necessaria per leggerlo e a Dora sembrò l’ennesimo indizio da seguire perché forse erano scritte tutte lì le risposte alle domande che l’avevano portata alla grotta. A passi piccoli e titubanti si avvicinò a quel grosso libro, mentre gli abiti che indossava scomparivano per lasciarla nuda. Il suo corpo di donna, bellissimo nelle sue imperfezioni, rifletteva quella luce che la bagnava come se venisse immerso gradualmente in una fonte battesimale. Dora si ripiegò in ginocchio, perché non si sentiva degna del senso di beatitudine che avvertiva, ma una voce le parlò:
“Alzati figlia!… e leggi quel che il profeta vide anche per te.”
Dora ubbidì.
Le pagine del gran libro erano come seta, sulla quale ogni parola era stata ricamata con fili d’oro, ma la luce che il libro sprigionava non era data dall’oro.
Mi disse: “Figlio dell’uomo, àlzati, ti voglio parlare”. 2A queste parole, uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava.
3Mi disse: “Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Essi e i loro padri si sono sollevati contro di me fino ad oggi. 4Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: “Dice il Signore Dio”. 5Ascoltino o non ascoltino – dal momento che sono una genìa di ribelli -, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro.
6Ma tu, figlio dell’uomo, non li temere, non avere paura delle loro parole. Essi saranno per te come cardi e spine e tra loro ti troverai in mezzo a scorpioni; ma tu non temere le loro parole, non t’impressionino le loro facce: sono una genìa di ribelli. 7Ascoltino o no – dal momento che sono una genìa di ribelli -, tu riferirai loro le mie parole.
8Figlio dell’uomo, ascolta ciò che ti dico e non essere ribelle come questa genìa di ribelli: apri la bocca e mangia ciò che io ti do”. 9Io guardai, ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo. 10Lo spiegò davanti a me; era scritto da una parte e dall’altra e conteneva lamenti, pianti e guai.
Mi disse: “Figlio dell’uomo, mangia ciò che ti sta davanti, mangia questo rotolo, poi va’ e parla alla casa d’Israele”. 2Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo, 3dicendomi: “Figlio dell’uomo, nutri il tuo ventre e riempi le tue viscere con questo rotolo che ti porgo”. Io lo mangiai: fu per la mia bocca dolce come il miele. 4Poi egli mi disse: “Figlio dell’uomo, va’, rècati alla casa d’Israele e riferisci loro le mie parole, 5poiché io non ti mando a un popolo dal linguaggio astruso e di lingua oscura, ma alla casa d’Israele: 6non a grandi popoli dal linguaggio astruso e di lingua oscura, dei quali tu non comprendi le parole; se ti avessi inviato a popoli simili, ti avrebbero ascoltato, 7ma la casa d’Israele non vuole ascoltare te, perché non vuole ascoltare me: tutta la casa d’Israele è di fronte dura e di cuore ostinato. 8Ecco, io ti do una faccia indurita quanto la loro faccia e una fronte dura quanto la loro fronte. 9Ho reso la tua fronte come diamante, più dura della selce. Non li temere, non impressionarti davanti a loro; sono una genìa di ribelli”.
10Mi disse ancora: “Figlio dell’uomo, tutte le parole che ti dico ascoltale con gli orecchi e accoglile nel cuore: 11poi va’, rècati dai deportati, dai figli del tuo popolo, e parla loro. Ascoltino o non ascoltino, dirai: “Così dice il Signore””.
12Allora uno spirito mi sollevò e dietro a me udii un grande fragore: “Benedetta la gloria del Signore là dove ha la sua dimora!”. 13Era il rumore delle ali degli esseri viventi, i quali le battevano l’una contro l’altra, e contemporaneamente era il rumore delle ruote e il rumore di un grande frastuono. 14Uno spirito mi sollevò e mi portò via; io me ne andai triste e con l’animo sconvolto, mentre la mano del Signore pesava su di me. 15Giunsi dai deportati di Tel-Abìb, che abitano lungo il fiume Chebar, dove hanno preso dimora, e rimasi in mezzo a loro sette giorni come stordito.
16Al termine di quei sette giorni mi fu rivolta questa parola del Signore: 17“Figlio dell’uomo, ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. 18Se io dico al malvagio: “Tu morirai!”, e tu non lo avverti e non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta perversa e viva, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te. 19Ma se tu avverti il malvagio ed egli non si converte dalla sua malvagità e dalla sua perversa condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato.
20Così, se il giusto si allontana dalla sua giustizia e commette il male, io porrò un inciampo davanti a lui ed egli morirà. Se tu non l’avrai avvertito, morirà per il suo peccato e le opere giuste da lui compiute non saranno più ricordate, ma della morte di lui domanderò conto a te. 21Se tu invece avrai avvertito il giusto di non peccare ed egli non peccherà, egli vivrà, perché è stato avvertito e tu ti sarai salvato”.
22Anche là venne sopra di me la mano del Signore ed egli mi disse: “Àlzati e va’ nella valle; là ti voglio parlare”. 23Mi alzai e andai nella valle; ed ecco, la gloria del Signore era là, simile alla gloria che avevo visto al fiume Chebar, e caddi con la faccia a terra. 24Allora uno spirito entrò in me e mi fece alzare in piedi. Egli mi disse: “Va’ e chiuditi in casa. 25E subito ti saranno messe addosso delle funi, figlio dell’uomo, sarai legato e non potrai più uscire in mezzo a loro. 26Farò aderire la tua lingua al palato e resterai muto; così non sarai più per loro uno che li rimprovera, perché sono una genìa di ribelli. 27Ma quando poi ti parlerò, ti aprirò la bocca e tu riferirai loro: “Dice il Signore Dio”. Chi vuole ascoltare ascolti e chi non vuole non ascolti; perché sono una genìa di ribelli”.
(Ezechiele 2- 3 )
Non appena Dora finì di leggere, le pagine di seta iniziarono a staccarsi dal gran libro e sospese nell’aria andarono a vestire il suo corpo nudo, perché le parole del profeta si tatuassero sulla sua pelle e da questa fino all’anima pura e prescelta, per poi divenire suo scudo invisibile.
I titoli dati dall’uomo non servono che all’uomo stesso e al suo personale prestigio, che poco si adopra per difendere la fiaccola ardente.
Antonio, Gerardo, Vincenzo, Francesco, Gennaro, Pio, Karol, Daniela… Caterina, Teresa, Rita… persone straordinarie nel loro ordinario, che hanno donato loro stesse per amore dell’Amore.
Era dunque pronta Dora non ad essere una donna straordinaria, ma a vivere fuori dall’ordinario, questo sì!
La gioia che aveva invaso il suo cuore era così prorompente e intensa che definirla commozione sfociata in lacrime sarebbe come ridurla al minimo. Le dava la voglia di cadere e rialzarsi, piangere e poi ridere, arrendersi mai perché le ferite sarebbero state curate da una medicina che guarisce: l’Amore.
Qualunque strada porti al Bene è benvenuta.
Ancora ai piedi della statua dell’angelo guardiano Dora, dopo aver ricevuto l’armatura invisibile della Sacra Scrittura, rivolse lo sguardo alla fiamma, ma stavolta non per avvertirne il tepore. Sperava …
Impavida e caparbia la sua anima in tumulto chiedeva un’ultima certezza, prima di andar via dalla grotta.
La fiamma parlò ancora:
“Ti farò soffrire molto…
Ti farò vedere a quale distruzione
può arrivare
un cuore che mi rifiuta..
Ti farò toccare
le sue piaghe,
che non guariranno
perché quel cuore non ha fede in me…
Ti farò soffrire molto,
ma ogni volta
saprai rialzarti dal dolore
e il tuo cuore
sarà ancor più carico d’Amore.
Dove non ti sentirai amata, laddove tu hai dato tutta te stessa senza che alcun frutto nascesse non posare più neanche un petalo.”
Era giunto per Dora il tempo di andare via da lì, adesso che il segreto della grotta dei turchi era stato svelato al suo cuore, adesso che non avrebbe potuto raccontarlo a chiunque perché in molti l’avrebbero creduta pazza, adesso che ai piedi del San Gerardo in pietra molti giovani avrebbero continuato a sedere per mangiare un panino e non per pregare perché nessuna voce era stata capace di giungere al loro cuore ferito, adesso che sguardi carichi di superbia non reggevano il confronto con la purezza di una bambina, adesso che la Luce era esplosa in quel luogo posando in ogni cuore la sua cenere simile a polvere di stelle, adesso che da quella cenere sarebbero nati nuovi germogli, adesso che tutte le stanze buie erano state aperte, perché si sapesse che Cristo non si è fermato a Eboli.
per Elisa Claps
“scrissi per te e non lo sapevo”
Daniela Schiarini






